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Il sedile dell’aereo

Il sedile dell’aereo

La tensione comincia molto prima dell’imbarco. Cresce già in aeroporto, mentre immagini la fila: la larghezza dei braccioli, la lunghezza della cintura, il modo in cui dovrai rannicchiarti senza far capire quanto sei preoccupato. Non riguarda davvero il volo. È il momento in cui ti accorgi che il tuo corpo è diventato un problema pratico negli spazi pubblici più comuni.

Ti siedi e tieni le braccia strette ai fianchi, cercando di occupare meno spazio per non invadere il sedile accanto. Ti chiedi se la cintura si chiuderà. Ti chiedi se la persona accanto farà finta di non accorgersene. È umiliazione prima ancora che qualcosa sia andato storto.

Una sedia non dovrebbe essere una prova. Lo stesso calcolo si ripete in una fila a teatro, in una sala d’attesa, su un treno o al tavolo di un ristorante. Cambia il luogo, non la sensazione. Non è vanità. È voler attraversare una giornata normale e sederti senza dover prima fare calcoli. Rispettare il tempo di camminata e la finestra di digiuno quotidiani fa scomparire lentamente quel calcolo, finché un sedile torna a essere soltanto un sedile.

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